Remote working: quando una crisi ci insegna come potremmo lavorare meglio

di Simone Pellerey - 9 Marzo 2020

Non c’è dubbio che il mercato del lavoro sia diventato sempre più competitivo. Uno dei modi in cui le aziende stanno espandendo il proprio pool di talenti è quello di offrire lavoro a distanza. Oggi, il 53% dei professionisti lavora in remoto per almeno metà settimana e ci sono circa 170 aziende negli Stati Uniti completamente remote. Paragonati a pochi anni fa, quando nel 2014 c’erano solo 26 aziende che operavano praticamente al 100% da remoto, questi numeri lasciano intendere in quale direzione si stia andando.

Lo smart working è entrato di prepotenza nella quotidianità di milioni di lavoratori italiani a fine febbraio, a ridosso dell’emergenza del coronavirus Covid-19, che in alcuni casi ha costretto e in altri ha consigliato ad adattarsi a lavorare da casa. Scoprendo un mondo: le difficoltà di connessione della rete casalinga, la mancanza di indicazioni da parte della propria azienda e tutte le difficoltà organizzative di assegnare pc a ciascun dipendente da tenere lontano dal posto di lavoro, per frenare il contagio di Covid19.

Nel 2019 a INBOUND, l’evento annuale sulla metodologia Inbound organizzato da HubSpot, il CTO e il co-fondatore Dharmesh Shah ha condiviso informazioni ed opinioni sul lavoro a distanza. Dharmesh ha introdotto un nuovo principio, chiamato “Principio del pigiama“, secondo cui l’idea che “successo è proporzionale al grado in cui permetti alle persone di lavorare in pigiama”.

La popolarità del remote working ha portato alla luce molti miti sui lavoratori a distanza, dal rimanere in pigiama tutto il giorno al guardare Netflix dal lunedì al venerdì. Ed è rischioso costruire una cultura basata sui miti. Qual è la differenza tra valori, comportamenti e stili di lavoro dei dipendenti remoti?

 

Report sul lavoro a distanza 2019

Quali lavoratori remoti sono motivati? Quante vacanze fanno? Quante tazze di caffè che bevono quotidianamente? HubSpot ha esaminato migliaia di lavoratori completamente remoti, sia dipendenti HubSpot a livello globale, sia professionisti che non lavorano in HubSpot negli Stati Uniti, Regno Unito e Irlanda.

Il report ha rivelato che i lavoratori a distanza hanno davvero molto in comune con i lavoratori “da ufficio”. Ecco alcuni dei risultati sullo stile di vita:

  • Il 74% dei lavoratori remoti non HubSpot afferma che lavorare in remoto aumenta la produttività
  • Il 55% degli intervistati si definisce introverso e il 45% si descrive estroverso
  • Circa il 40% di tutti gli intervistati afferma di prendersi circa 2-3 settimane di vacanza all’anno, rispetto all’americano medio che ha utilizzato 17,4 giorni di vacanza nel 2018
  • Il 23% di tutti i lavoratori remoti intervistati trova lavoro tramite LinkedIn e il 32% attraverso il passaparola
  • Il 70% di tutti i lavoratori remoti intervistati afferma di essere pronto per una sessione di lavoro in meno di 30 minuti

Mentre i lavoratori remoti e i colleghi in ufficio hanno molto in comune, ci sono considerazioni chiave su cui tutti i datori di lavoro possono migliorare per rendere l’esperienza remota più inclusiva e positiva. Il rapporto ha rilevato che la mancanza di connessione sociale e di comunicazione con i colleghi sono le principali sfide che i lavoratori remoti affrontano quotidianamente. Ulteriori risultati relativi a queste sfide includono:

  • Il 35% di tutti gli intervistati lavora più di 8 ore al giorno
  • Il 45% di tutti gli intervistati impiega meno di un’ora a pranzo e il 25% lavora a pranzo
  • Il 20% dei lavoratori remoti non HubSpot ha riferito di sentirsi solo su base giornaliera
  • Il 58% dei lavoratori remoti HubSpot fa 1-2 pause significative (identificate fino a 15 minuti di distanza dallo spazio di lavoro) al giorno

 

Il presente e il futuro del lavoro a distanza in Italia

Una cosa che sappiamo essere vera è che il lavoro a distanza è un ingrediente chiave per costruire un’azienda diversificata e ad alte prestazioni. Ecco perché non è solo il futuro del lavoro, è il presente. Il lavoro a distanza è vantaggioso per tutti: per le aziende, è un’opportunità per pensare a talenti globali e diversificati in modi nuovi, e per i dipendenti è la flessibilità di lavorare dove e come lavorano meglio.

Non è semplice ricostruire un quadro dettagliato dello smart working in Italia. Secondo Eurostat sarebbero 8,4 milioni i lavoratori dipendenti italiani potenzialmente occupabili a distanza, ma le stime del 2018 sui numeri reali parlano di circa 350mila lavoratori, il 2% del totale, saliti l’anno dopo a 570mila, considerando tutte le forme di “lavoro agile”, secondo uno studio condotto dall’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano.

Le aziende che si sono dotate, grazie alla tecnologia, di questa possibilità riescono ora a far fronte all’emergenza molto meglio e più facilmente di chi ha opposto resistenza o non ha dato abbastanza importanza alla nuova modalità di organizzazione del lavoro, regolamentata in Italia dalla legge 81/2017. La corsa allo smart-working ha preso un’accelerata.

Milano sta lavorando smart come mai prima.

Il coronavirus ha anche dimostrato quanto siano intrecciate le nostre vite personali e professionali. Il Giappone e l’Italia hanno chiuso le scuole e sembra probabile che altri Paesi seguiranno l’esempio. Dato il numero di famiglie che hanno due genitori che lavorano, le aziende devono prepararsi per una potenziale interruzione che colpisce contemporaneamente più dipendenti.

Ma forse la cosa più rivelatrice del coronavirus è che ci ha mostrato cosa ci stiamo perdendo. Per i ragazzi, è l’aspetto sociale della scuola stessa. Per molti di noi lavoratori, la stessa sensazione deriva in parte dalle nostre interazioni in un ambiente di lavoro “normale”, dai 10 minuti alla macchinetta del caffè agli incontri con i clienti. Ci lamentiamo della politica o del pendolarismo, eppure ne abbiamo bisogno come esseri sociali. Le conversazioni in pausa pranzo o la spinta che ricevi quando qualcuno ti offre un caffè non possono essere sostituite dal ping di un messaggio che arriva nella casella di posta.

Tuttavia, questo momento di crisi terminerà, e credo sarà importante fare tesoro di tutte le esperienze imposte che stiamo facendo in questi giorni. Stiamo entrando in un mondo in cui le aziende sono gli agenti di cambiamento della nostra cultura. Da quel punto di vista, decidere di costruire un’azienda che supporta il remote working è una decisione più profonda del fatto che si pensi che le persone dovrebbero lavorare da casa. È una decisione che ha profondi impatti sui dipendenti, sulle loro famiglie e sulle loro comunità.

Cosa ne pensi di questo articolo? Se ti va, lascia un commento!



Copyright 2020 simonepellerey.com ©  Tutti i diritti riservati

P. IVA 03740530120